Intervista di Valeria Panzeri su UrbanPost

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Si sono appena aggiudicati la Targa Tenco come migliore Opera Prima, il due cremonese di fratelli che costituisce La Scapigliatura si sta imponendo nel panorama musicale italiano alla vecchia maniera, ovvero facendo un gran del disco di debutto. Ecco l’intervista a UrbanPost.

Sono due fratelli cremonesi, Jacopo e Niccolò Bodini – dei quali ci siamo già occupati in relazione al metodo che Mescal aveva scelto, assai azzardato ma vincente, dato che il prodotto era di qualità – che fanno musica. La Scapigliatura è un duo assai elegante che si è appena aggiudicato la prestigiosa Targa Tenco come miglior Opera Prima con l’album omonimo. Ecco la bella intervista che hanno rilasciato a UrbanPost.

Partiamo dalle vostre radici: due fratelli che sono un duo musicale, che contromisure servono per non cadere in una sorta di autismo duale?
“È una domanda molto interessante. In realtà, due fratelli spesso sono anche due persone molto diverse tra di loro, che però – nella loro diversità – mantengono un qualcosa di familiare. In questo senso, la familiarità è quello che potrebbe essere definito il nostro stile, mentre invece l’eterogeneità dei nostri percorsi, delle nostre letture, dei nostri ascolti, delle nostre persone, costituisce la contromisura principale per non cadere in un autismo duale.”

Cosa vi accomuna con gli Scapigliati milanesi dell’epoca?
“Parafrasando Cletto Arrighi e il manifesto della scapigliatura, una terribile contraddizione tra la nostra condizione e il nostro stato, ovvero tra ciò abbiamo in testa e ciò che abbiamo in tasca. Nonché un certo rigore nella sregolatezza. Più in generale, la libertà con cui gli scapigliati si approcciavano all’arte e alla cultura, che non differiva dal loro modo di vivere. La trasversalità del movimento, che rifiutava una distinzione tra le varie arti, ma anche, in fondo, tra cultura alta e cultura bassa. Questo atteggiamento ci ha ispirato nel momento della scrittura del disco.”

Il vostro primo album ha ricevuto una premio molto ambito, la Targa Tenco: che significato attribuite a questo riconoscimento?
“Di essere riconosciuti come artisti, come autori di canzoni. È un premio che ha una storia prestigiosa ed autorevole, e che resiste al di fuori di dinamiche commerciali. Proprio per questo, è un riconoscimento che ci rende orgogliosi, perché premia non l’attitudine da star, ma la ricerca della qualità nella scrittura.”

E’ molto curiosa l’iniziativa per il video de “Le donne degli altri”. Come funzionerà?
“Abbiamo pensato di rendere le donne degli altri protagoniste del nostro video, in maniera molto semplice: basta replicare, o reinterpretare, una coreografia che Saverio Ariemma ha realizzato per il nostro pezzo, e che trovate nel tutorial del video disponibile su YouTube, e inviare i vostri video apaolo@mescal.it per fare parte del videoclip finale.”

Siete un duo emergente che sta crescendo secondo logiche “Old School” nell’epoca dei talent e pare proprio che ce la stiate facendo sul serio. Senza retorica: perché tutti dicono essere un processo impossibile, oggi?
“Perché quasi nessuno, in Italia, oggi scommette su proposte che non abbiano già raccolto consenso. È facile valutare tramite l’esperienza televisiva quali sono le preferenze degli ascoltatori, questo non porta mai ad innovare, ma a ribadire, in maniera semplificata, quanto già proposto e riproposto. Non solo, gli ex concorrenti dei talent occupano buona parte dell’attenzione mediatica, ma sono fenomeni destinati a essere sostituiti dai concorrenti delle edizioni successive, ciononostante sottraggono inevitabilmente spazio a realtà più consistente o interessanti.”

Pare che il vivaio Mescal sia la serra ideale per coltivare il vostro talento senza snaturare la vostra natura. Vi piacerebbe collaborare con altri artisti della scuderia? Potrebbero essere sulle vostre corde l’intimismo di LeLe Battista o i Perturbazione?
“Mescal è l’etichetta con cui avevamo sempre sognato, da ragazzini, di pubblicare un disco, proprio per l’affinità tra la sua discografia e i nostri ascolti. Non a caso altri tre artisti premiati quest’anno con Targhe Tenco (Cristina Donà, Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Basile) sono cresciuti in Mescal. Ci fa particolarmente piacere sentire di appartenere a questa scena e di poterla portare avanti. I Perturbazione sono lo specchio della nostra adolescenza, e sono tra i gruppi italiani che più hanno influenzato il nostro sound. Poter collaborare con loro sarebbe sicuramente entusiasmante. Abbiamo già avuto il piacere di collaborare, invece, con LeLe Battista che, insieme a Gaetano Cappa, è produttore artistico del nostro disco. Un grandissimo artista, tra i più raffinati e profondi del panorama italiano cantautorale contemporaneo, col quale Niccolò ha anche condiviso il palco (nelle vesti di batterista) durante le ultime tournée. “

Teatro e cinema, non necessariamente Rive Gauche ma nemmeno troppo a buon mercato, quanto e quale tipo di cinema e di teatro alimenta La Scapigliatura?
“Nanni Moretti, in primis. Ma anche la nouvelle vague e in particolare François Truffaut. Il cinema, più del teatro, ha un ruolo importante nella creazione di quell’immaginario che ispira le nostre canzoni. Ci piacciono autori di epoche diverse, inevitabilmente il minimalismo ridondante e surrealista di Sorrentino e Wes Anderson, ma anche la complessità del quotidiano di Bergman e Woody Allen, il melò sociale di Jacques Audiard, il cinema sovietico.
Il cinema italiano è stato, forse, ciò che più ha influenzato la nostra cultura dell’ultimo secolo, siamo quindi molto legati ad autori come Rossellini, Antonioni, Elio Petri, Ettore Scola, Monicelli. Il teatro che ci piace di più è quello di Cechov, che viveva la passione per la letteratura e la drammaturgia come un tradimento della sua vera sposa, la medicina. È un atteggiamento con cui ci sentiamo affini nel modo di concepire il ruolo e l’attività dell’artista nella società.”

Chiudiamo con un’annosa questione, il vostro essere endemicamente scapigliati vi porta a rischiare di essere catalogati come hipster: volete fare outing?
“Il termine hipster nasce negli anni ’40 per descrivere i ragazzi bianchi e middle class che emulavano i jazzisti afroamericani. Questo spirito che intreccia la controcultura e l’emulazione, un’attitudine anti-borghese a radici borghesi, ci sembra descrivere con particolare precisione anche gli hipster odierni. Noi non ci sentiamo hipster in questo senso, anche se a volte ci piace giocare con quello che è un fenomeno che nasce come underground e che è stato in grado di diventare così pervasivo nella società contemporanea. C’è però un’altra accezione di hipster, più precisamente quella che prende forma nelle opere della beat generation, che ha più che a che fare con un’erranza spirituale, un’anarchia gentile, e una civilizzazione decadente, che ci affascina senza dubbio maggiormente. La barba, poi, ce l’abbiamo sempre avuta.”

Valeria Panzeri

link originale al sito UrbanSpettacolo