La pluralità cantautorale trionfa al Tenco

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Quando abbiamo pensato di intervistare questi due giovani cantautori non ci aspettavamo che, qualche giorno dopo, sarebbero stati proprio loro a vincere il premio Tenco! Sicuramente una bellissima sorpresa, sia per noi che per loro: due fratelli diversi ma davvero molto affiatati, che a guardarli in faccia non si capisce bene se siano dei geni maledetti o soltanto degli hipster con la mania del vintage. Ascoltando le loro canzoni, invece, non ci sono dubbi: sono semplicemente fighi. Il loro è un progetto musicale incredibilmente eclettico e originale e il primo album è un self titled di undici tracce, tra cui una cover di Guccini. Hanno incuriosito, sono piaciuti e adesso portano la loro musica sempre più lontano. Sono La Scapigliatura e li abbiamo intervistati per voi.

La Scapigliatura, due Bodini in un unico progetto cantautorale. In quanto fratelli, che significa lavorare insieme? C’è tra voi una sorta di intesa innata?

Certamente l’essere fratelli ci permette di conoscerci da sempre e quindi rende più facile il ritrovarsi durante il processo creativo, così come, più semplicemente, nel suonare assieme. È interessante, a nostro avviso, il fatto che si parli di cantautorato – come nella domanda – anche se, in effetti, si sta parlando di due persone, e non di un unico individuo. In qualche modo, ci piace pensare che questo possa essere un modo diverso di guardare alla natura identitaria “dell’artista”, del compositore, del cantautore soprattutto, che è sempre stata pensata in modo individuale, mentre invece può essere anche plurale, molteplice. E questo può e deve essere un punto di forza.

Ognuno di voi ha avuto esperienze musicali individuali, comprese differenti collaborazioni con nomi importanti. Come ha influito il vostro background personale sul progetto che entrambi portate avanti?

Sicuramente la grande diversità delle esperienze musicali che abbiamo fatto l’uno senza l’altro ha fatto sì che, una volta che ci siamo ritrovati a suonare insieme dopo qualche anno e scrivere – ma soprattutto incidere – le tracce di questo album, ne sia venuto fuori un prodotto assolutamente eterogeneo, che guarda alla musica internazionale, dal new folk all’elettronica, ma anche alla tradizione cantautoriale italiana che ci è cara. Ci piace tenere insieme gli estremi, pur con una coerenza e uno stile nostro, che in fondo è ciò che significa essere fratelli: essere le persone più diverse al mondo, eppure avere un qualcosa di “familiare”. Le personalità importanti che abbiamo conosciuto sono state importanti per la nostra crescita, ma abbiamo cercato poi di lavorare autonomamente, non ci interessava crescere all’ombra di…

Tra le tracce del vostro album è presente una cover, L’antisociale. Perché avete scelto questa canzone e qual è il vostro rapporto con la musica di Guccini?

Guccini, giornalisticamente definito “maestrone”, è, al di là dell’altezza, un pilastro vero e proprio della canzone italiana, un innovatore assoluto e instancabile scienziato del linguaggio. Infatti L’antisociale, che nasce nel ’64 e viene pubblicata in Folk Beat n.1 nel ’67, ha ancora oggi un testo attualissimo. Chi non si sente escluso da un ambiente esclusivo? Lo dice l’aggettivo in sé. Eppure è difficile costruirci sopra una canzone. Una storia. Guccini riesce a raccontare, nei suoi oltre venti dischi, un numero di storie così alto, così definito allo stesso tempo, da risultare aderente a tantissime personalità diverse. Lui ama profondamente i suoi personaggi, li descrive sempre con espedienti diversi. Ha una fantasia unica.

COVER La ScapigliaturaSiete freschi vincitori della Targa Tenco, congratulazioni! Qual è stata la vostra prima reazione quando avete saputo di essere stati premiati?

Grazie! Siamo stati e siamo tuttora felicissimi! Il premio Tenco è uno di quei pochi riconoscimenti che hanno un “valore d’uso” e non “di scambio”, per citare impropriamente Marx. Nel senso che è al di fuori delle logiche del mercato culturale, e il suo valore è in se stesso, nella sua storia. Ma anche perché, citando invece Tenco, crediamo voglia rispondere a quell’invito che proprio il compositore genovese rivolgeva alla cultura italiana nel suo biglietto d’addio: “Spero che questo serva a chiarire le idee a qualcuno”. Ecco, c’è ancora molto bisogno in Italia di schiarirsi le idee…

Com’è prendersi una sorta di rivincita nei confronti di ciò che è accaduto dieci anni fa? Quando vi hanno scartati definendovi “banali”.

Beh, il concorso di dieci anni fa non era certo il premio Tenco, ma un concorso organizzato dalla nostra città per gruppi emergenti. Probabilmente “scarsi tecnicamente e tragici”, come ci definivano, lo eravamo, e forse lo siamo anche rimasti, ma non ci siamo mai sentiti “banali e senza idee”, questo sì che ci aveva un po’ offeso. Ma il post in cui riportavamo questo giudizio voleva essere più che altro una battuta, le critiche, se meritate, le abbiamo sempre accolte come stimolo a crescere. E sinceramente non è che nemmeno ci interessi molto prenderci delle rivincite. Ci interessa di più fare quello che ci piace e farlo come piace a noi. E siamo contenti se poi piace anche agli altri, anche perché questo lavoro, inevitabilmente, vive del riconoscimento di chi ti ascolta.

Tra le altre opere prime finaliste, ce n’è qualcuna che avete apprezzato particolarmente?

Sono tutti progetti molto interessanti e vari, questo soprattutto abbiamo apprezzato, che ci fosse lo spazio per sonorità elettroniche, psichedeliche o più semplici e cantautorali, ed anche per modi di scrivere molto distanti tra loro.

Se non vi fosse andata bene con la musica, cosa avreste fatto? Jacopo filosofo e Niccolò avvocato, fratelli in barba e cravatta?

Non abbiamo ancora abbandonato i nostri studi e le nostre professioni per la musica. Un po’ perché, per ora, nonostante le soddisfazioni che siamo tolti, la musica non ci dà ancora la possibilità di vivere esclusivamente di essa. E sappiamo anche che sarà molto difficile. Ma è anche vero che ci piacciono, rispettivamente, la filosofia e il mondo del diritto e che ci piacerebbe in qualche modo continuare a portare avanti anche queste passioni. Anche perché crediamo che sia un modo per scampare all’autoreferenzialità che troppo spesso caratterizza ogni professione. Sarebbe bello che tutti potessero fare due lavori, nel senso di specializzarsi in due campi. È un modo per imparare anche a vedersi da fuori, a comprendere le fatiche degli altri, o semplicemente a innovare il proprio settore. D’altronde, in Germania, per esempio, chi vuole fare il professore, deve insegnare (e quindi essere laureato) in due materie diverse.

Con un nome come il vostro la domanda sorge spontanea: quali sono i vostri autori preferiti della letteratura italiana?

Gli Scapigliati, ovviamente! Leggiamo molto, ma (purtroppo) tanta letteratura straniera. Jacopo dice: Giuseppe Tomasi de Lampedusa, Luciano Bianciardi. Niccolò dice: Emanuel Carnevali, Goffredo Parise, Giuseppe Pontiggia.